sabato 13 luglio 2013

Ignoranza, ignoranza, ignoranza



William Faulkner, il romanziere statunitense de “L’urlo e il furore”, “Oggi si vola” e tante altre belle storie di vita, gongolava per la sua ignoranza, la coltivava. Venuto a Milano a ridosso degli anni cinquanta, mi pare di ricordare fosse nel 1949, alla conferenza stampa professava la sua attitudine: “Sono un contadino, non uno scrittore, non conosco per niente la letteratura italiana”. Questo tipo di vanto ricorreva in quasi tutte le sue conferenze stampa di quegli anni, quando ospite di un Europa che usciva dalla guerra assetata di rinascita culturale, nei vari paesi veniva accolto sì con apparente entusiasmo, ma allo stesso tempo con una canonicità, tipica appunto della sete di cultura, che non riusciva a discernere tra una domanda banale ed una invece di più ampio respiro. Mentre tutti i paesi coinvolti nella guerra europea sembravano non poter più ammettere quella stessa ignoranza che magari aveva anche contribuito a portarli nel baratro nazi-fascista e rincorrevano la conoscenza a perdifiato, William Faulkner arrivava qua con una sfrontatezza che di sicuro apriva nuove riflessioni. Nel momento in cui l’intellettuale europeo era più debole, visto che era stato costretto per almeno cinque anni a mettere la sua cultura sotto naftalina a causa della guerra, e quindi era anche più avvezzo ad abbandonarsi ad una conoscenza prettamente enciclopedica che non lo arricchiva quasi per nulla, arrivava dagli Stati Uniti un’improvvisa sterzata, simile all’aiuto militare datoci in campo: la mente è viva se libera. Punto. La cultura piantata a caso dentro la testa può fare più schiavi della tirannia o dell’ignoranza. Più di Kerouac e della combriccola della beat generation, che invece, per quanto anch’essa frangi barriere, comunque abbracciava una certa devozione verso i maestri del passato, William Faulkner veniva a dirci che dovevamo osservare, e non studiare, e soprattutto battere la vanga sul nostro campo, e non fissarci a vangare quello degli altri e promuoverne i frutti.
Questo veniva predicato sessantacinque anni fa e per un po’ ebbe un suo riscontro. Per almeno quindici anni da quella data (mese più, mese meno) la gente andava anche incontro alle sperimentazioni, ammettendo di fatto una via alternativa al conoscere tanto per conoscere. Poi inevitabilmente si sperimentò sempre di più. Col sessantotto si ruppero tutte le barriere e venivano fuori tutti i fiori che erano rimasti fino ad allora un po’ nascosti. Ma col fatto che ad ognuno era ormai permesso di dire la sua, finivano per parlare molti che in fondo non avevano niente da dire. L’ignoranza, salvo pochi casi, non si univa ad una capacità di osservazione, come per Faulkner, e la decostruzione di ogni cosa non era accompagnata da un’altrettanto energica capacità costruttiva. Insomma, si distrusse tutto, ma non si seppe come tirare su un’alternativa che non assomigliasse a qualcosa di solamente idealistico ed utopico, con tanta pace, uccellini e amore.
La conoscenza della terra di Faulkner era stata soppiantata dal sogno di una terra.
Ancora oggi la conoscenza e l’ignoranza vengono vissute in maniera molto canonica: entrambe, non riescono ad evitare di denigrarsi a vicenda. E se una volta in mezzo c’era vita, oggi sembra esserci soltanto un mare desolato.
Gli ignoranti conoscono, gli intellettuali ignorano, e così via, anagrammate i ruoli.


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