L’utopia è un vizio. E’ il vizio di forma che devia il
percorso dell’essere umano in genere, e il vizio personale di certe persone in
particolare. La devianza di cui parlo ha a che fare con il desiderare qualcosa
che non c’è, o che non tornerà. O anche vette inarrivabili. Se è pur vero che
una buona, o gigante dose di volontà possa far raggiungere eccellenti
obiettivi, è altrettanto vero che gli obiettivi che un uomo si pone sono in
genere nell’ordine delle centinaia, delle migliaia, o addirittura sono infiniti.
Poca gente è tanto fortunata da riuscire a pensare al presente: la maggior
parte delle persone, come me, si rivolge al passato per i ricordi, e al futuro
per i sogni. Oppure fa una commistione delle due e sogna di rivivere un
ricordo. Poco male, insomma, non si scappa e tanto vale sguazzarci dentro, ai
ricordi, ai sogni. Non riesco a vivere nel presente, sono un lamentoso, e
questo è un lato di me che mi preme molto mozzare. Nella lista dei vorrei, dei sogni, appunto, tanto per
tenere il filo del discorso, ci metto tranquillamente che vorrei evitare di dialogare troppo col passato, e di chiudere gli occhi
e volare con la fantasia quando penso al futuro. Peraltro, vorrei anche evitare di avere troppi vorrei,
ma sono un tipo senza memoria, quindi mi piacciono le liste, perché mi sono
necessarie. Eccoci qua, l’utopia è il mio vizio di forma e il mio vizio, inteso
come perversione. Di sicuro è una perversione. Per dirla tutta, insomma, questa
utopia che ho dentro, come tutte le perversioni, tende a rendermi inaffettivo
verso tutto ciò che non la riguarda. Ad esempio, molte cose del presente mi
sfuggono tra le mani, anche i rapporti personali, anche la puntualità di cui
avrebbe bisogno il quotidiano. La questione si presenta in maniera piuttosto
negativa, perché davvero il tempo scorre veloce, le estati volano, i natali
anche e uno è sempre troppo indietro o troppo avanti per goderne appieno.
Poi, visto che sono un ottimista, c’è anche la parte
positivissima, ci mancherebbe. E’ quella che ha a che fare con la visionarietà
dell’essere utopici, dell’essere spiriti del natale passato e del natale
futuro.
Essere visionari è fantastico. Non parlo propriamente di me,
perché non so esserlo come vorrei, ma
certi geni hanno una capacità di guardare non solo avanti, ma tutt’intorno a sé
che mette paura, che entusiasma, che ispira, anche. Il presente è il tempo del
reale, del come è, della materia, è stasi, sì, è stasi. Gli altri due tempi,
invece, non essendoci più o non essendoci ancora, sono la dimora di spiriti
eterei e fragili e di tutte le poesie del mondo. Si lasciano leggere,
parafrasare, plasmare, mescolare, scacciare, si fanno anche richiamare.
Nel passato e nel futuro un sentimento tanto “del presente”
come l’orgoglio non ha potere.
L’orgoglio al giorno d’oggi è la rovina di parecchie
faccende.
Dell’amore, per esempio.
E dire che nasce proprio nel passato, per via di esperienze
pregresse, o dal futuro, per paura di ciò che potrebbe essere.

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