venerdì 5 aprile 2013

La crisi è anche una notizia al radiogiornale


In giro con la macchina più del solito, questi giorni, mi è capitato di imbattermi nei vari radiogiornali. Posto che ho tranciato via dalla mia vita la televisione, come certi di voi sicuramente sapranno, ho fatto una scoperta inquietante per me, e preoccupante davvero per tutti noi.
Ho scoperto la sottigliezza del terrore.
Incuneato nella nostra quotidianità senza che ce ne rendiamo neanche conto, ci carezza con voci vellutate, voci che neanche loro sanno precisamente cosa stiano dicendo, e facendo, soprattutto.
Il radiogiornale, mentre fuori, nella vita a tre dimensioni, intendo, c'era il clima da festività, e la gente correva (chi più chi meno) a riunirsi con parenti e amici e cari di qualsiasi genere, sfoggiava a catena il pericolo che c'è dietro l'inutilità delle cose. Il pericolo dell'inutilità delle cose.
Ho ascoltato, in media, cinque minuti di ognuno di quei radiogiornali, e su dieci parole, ogni tre o quattro la parola che veniva fuori era quella che abbiamo dentro tutti noi, quella che ci accapona la pelle, questa qua: "crisi". Anzi, aggiungono l'articolo determinativo, "la crisi", dando oramai per scontato che tutti sappiano di cosa stiano parlando. Io pure dico sempre "la crisi", però non ho la più pallida idea di cosa sia. Voglio dire, lo so a livello economico e puramente numerale, ma non riesco a capire l'endemia che questa espressione comporta.
Perché al radiogiornale ci dicono che la colomba pasquale ha venduto l'8% in meno dell'anno scorso?
Perché ci dicono che la gente non viaggia più perché non ha i soldi e quindi sta a casa con i parenti o nelle città d'arte più vicine?
Perché, a cosa serve, informarci che gli italiani preferiscono le barrette di cioccolato agli uovi veri e propri perché costano meno?
A cosa serve tutto ciò? Perché questo parlarci tramite stronzate di un'epidemia totalmente seria?
Io sento dire "la crisi" da voci allegre e sopra quella sento dirci aneddoti ma mai sento dire "la crisi, che è derivata da..."; "la crisi è una malattia che...". Sento soltanto dire che andiamo in vacanza di meno, che abbiamo paura delle banche, che pensiamo che la benzina costi troppo e quindi non viaggiamo più, che compriamo più pandori che panettoni, che abbiamo cominciato a fare il pane in casa perché il pane al supermercato non possiamo permettercelo, che il cinema è in crisi perché non siamo in grado di pagare troppo spesso in un mese l'elevato prezzo del biglietto d'ingresso, sento dire che sempre noi compriamo meno libri perché costano tanto, che preferiamo la grande distribuzione alimentare a quella a chilometro zero perché va bene la salute derivante da ingredienti genuini ma non possiamo pagarla, che la nostra spesa media è diminuita per i dolci e aumentata per i beni di prima necessità, che compriamo meno riviste, che gli abbonamenti sky sono in diminuzione, e via così, via fino all'infinito.
Io sento sempre in giro delle voci che parlano di "noi". Parlano di noi usando però la terza persona plurale.
"Gli italiani spendono meno nel vestire..."
"Gli italiani spendono meno nella cultura..."
"Gli italiani spendo meno per le gite fuori porta..."
Tutto questo perché c'è la crisi.
Come diceva giustamente qualcuno con cui discutevo di questa cosa, sembra di essere totalmente in "1984" di Orwell.
Mi sveglio, accendo la radio e mi si ricorda che cazzo! gli italiani hanno la crisi.
Gli italiani non comprano più mutande di lusso.
E allora mi dico porca troia io sono italiano e che cazzo sto facendo? Ancora viaggio, ancora leggo, ancora vesto mutande di lusso con la crisi?
Sarei spinto a dirmi, sono italiano e ancora sorrido?
Gli italiani come me mangiano meno colomba, uovo di pasqua, torrone, panettone, pandoro, agnello, pizza e io che cazzo sorrido ancora?
Mi dovrei mettere in crisi, se fossi più amante delle stronzate.
Dovrei prendere e non spendere, prendere e nascondere...cosa? Il denaro, sotto al materasso.
Ma poi sarebbe come nascondere me stesso.
Sarebbe come piangere sul latte versato e negarmi la possibilità di comprarne dell'altro.
Io invece finché non ci sbatto la testa compro latte a vagonate.
Sorrido anche se questi italiani se magnano meno colomba, insomma. Non è poi così grave.
Conoscete la storia della formica e della cicala, no? D'accordo, io sarò pure troppo cicala, ma di sicuro non voglio essere una formica a priori, per partito preso, per delle notizie inutili del radiogiornale.

2 commenti:

  1. Un grande spunto per riflettere e mettere a fuoco tante cose,grazie

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  2. sarebbe meglio ridere di noi
    di tutto il tempo rubato
    al nostro tempo a venire ..

    http://www.youtube.com/watch?v=x1M5e9SKIU8

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