Visualizzazione post con etichetta #travel. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta #travel. Mostra tutti i post

mercoledì 19 giugno 2013

Call me, Sea

Big mammals came out of the Sea

If there were trees up there it would have been so nice

Tayport goes well

venerdì 12 aprile 2013

tutto scorre

Cover me with plastic black (a plastic colour, that is to say)


tutto scorre


Non si picchia soltanto quando si ha la certezza di vincere. Quello lo fanno i conigli, quelli veri. Si picchia quando si ha certezza di doverlo fare, punto e basta. Prendiamo, ci buttiamo nella mischia e ne usciamo con le ossa rotte ma quelle non contano niente. Non conta niente avere le ossa rotte o le ossa intatte. La paura di perdere le battaglie è la vera nemica suprema dell’umanità. Gente che si è rintanata e annullata soltanto perché qualcuno urlava più forte di loro, cani randagi, topi di fogna, padroni. Ma poi tutto scorre, e uno fa sempre in tempo a raccapezzarsici e i ruoli possono cambiare e chiunque può cominciare ad urlare e perdere la propria purezza innocente, e chiunque può picchiare soltanto se sa che vincerà. Tutto scorre.

Mi capita di incontrare gente che non aspetta altro che gli si presenti l’occasione di giustificare un proprio atto di violenza. Intendo dire, in genere, che certi proprio non aspettano altro che una minima scusa per potersi permettere un atto di violenza, di potersi imbarbarire e poi dire che le proprie vittime se lo sono meritato. Anche io, come loro, ho certe volte questi istinti. Un giorno in cui pensavo ci fosse in essere un crimine, mi sono scoperto a sperare di beccare il criminale con le mani in pasta, e linciarlo, picchiarlo per sfogarmi, picchiarlo per non reprimermi. Il pensiero di poter scovare un ladro dentro casa certe volte, con certi stati d’animo, mi risulta affascinante. Nel senso, la cosa importante non sembra essere quella di evitare che qualcuno mi rubi in casa, ma piuttosto mi viene alla ribalta il desiderio di poterlo incontrare, e malmenarlo, e non avrei freni, se non evitare la sua morte, perché la mia azione mi si presenterebbe giustificata. Quanto mi fa paura questa cosa, non sono l’unico a pensarla così.
Voglio stare attento che non mi presenti l’occasione di essere un barbaro, e che possa non costruirmela mai. Inoltre, voglio stare attento a non dare mai a nessuno neppure la minima scusa per imbarbarirsi. Ci sarà anche un modo per non essere né carnefice né vittima. Ma mi pare di no, perché tutto scorre, e a seconda delle stagioni propendiamo più verso una o l’altra parte, ma non stiamo mai nel mezzo. Nessuno può essere mai fermo nella neutralità, perché tutto scorre. Insomma, già lo sappiamo.

Ho incontrato luoghi, persone, situazioni, sentimenti e bene o male me li ho vissuti, chi più chi meno, molti non tanto o come avrei voluto, ma stanno comunque tutti dentro di me. Molte di queste cose meriterebbero un posto migliore e più grande, ma è così che vanno le faccende, loro non recriminano, e io di certo non mi ci fascio la testa, con i rimpianti. Proprio per niente. Tutto va e viene, tutto scorre. Luoghi, persone, situazioni, sentimenti. Solo un De Beers è per sempre, ma di sicuro non lo è quello che gli ruota intorno. Una pietra, e mille fattori contingenti. Tutto scorre, come diceva Eraclito, o il suo discepolo, o Simplicio. Guardiamo quel fiume e l’acqua non è mai la stessa. Guardiamo quel diamante, e noi non siamo mai gli stessi. Andiamo, veniamo, stiamo fermi desiderando di andare, di venire. Proprio una palla al piede, questo non smettere mai di girare, questo non smettere mai d’imparare. Per me non è una bella cosa proprio per niente. Vorrei smettere di sbagliare, e smettere di imparare, anche se non so un sacco di cose. Un giorno sarò arrivato a conoscere delle cose che mi soddisferanno e starò bene con quelle e non vorrò imparare più niente. E vorrei proprio che questo giorno possa arrivare. Da vecchio non sarò saggio. Sarò mezzo pieno agli occhi di tutti, ma pieno fino all’orlo agli occhi miei. Se proprio tutto deve scorrere, non voglio che sia un problema mio.

Vorrei amare tutti per sempre, come li ho amati nel pieno del sentimento che ho nutrito per loro.
Vorrei sentire i luoghi che ho visitato o in cui ho vissuto come li ho sentiti nel momento in cui erano un tutt’uno con me, nei giorni più felici in cui vi sono stato.
Vorrei che i miei sentimenti siano sempre al massimo verso qualunque cosa, e voglio che siano sentimenti di amore.
Voglio che le situazioni più belle che ho vissuto possano ardere vive per sempre dentro di me, e non perdersi nello scialacquio del tempo, nello scialacquio di accadimenti senza importanza. Vorrei poter salire in soffitta e trovarle ancora tutte lì, accatastate in ordine. Come fossero vhs vorrei poterle scegliere a piacimento in questo o quell’altro giorno, e rivivere la mia nascita, il mio primo bacio, quegli abbracci, i sorrisi di tante persone, le voci, i profumi, le passeggiate nel bosco, il gelato.

Perché a me tutto questo scorrere fa veramente schifo.

mercoledì 20 marzo 2013

Devo proprio trovare una scusa per provare ad essere chi mi piacerebbe essere



Non ho per niente voglia di fare grossi discorsoni sull’identità umana: l’uomo non è altro che carta bianca, non ha specifiche, è tutto da costruire. Di per sé, senza impegno, l’essere umano secondo me non vale proprio niente. Ripeto dunque qua la mia convinzione (che va in contrasto con quello che di solito si sente dire in giro): sono certo che non devo essere me stesso a tutti i costi, e aggiungo pure che io non ho avuto mai voglia di partire alla mia ricerca, proprio per niente. Non ho mai capito coscientemente, ma di sicuro ho sentito che per me quella roba, quel tanto essere sé stessi, era una grande bufala, sicuramente un punto a favore dell’ignoranza e a sfavore dell’evoluzione personale.
Potrei infatti anche adagiarmi su quel tipo di concetto , stare lì a ripetermi che vivrei in armonia soltanto se arriverò un giorno a conoscermi fino in fondo e ad essere me stesso (che espressione idiota), ma non ce la faccio proprio, perché sono convinto esattamente del contrario. E’ facile dirsi che comunque vada ognuno di noi vale, è unico, è straordinario. Invece questo non è vero per niente. Tante volte, in certi casi, se fossi me stesso, sarei proprio uno schifoso verme, e conosco una marea di persone che lo sarebbero, o addirittura lo sono, alla stessa maniera. 
Essere sé stessi è spesso solo una giustificazione, questo è quello che intendo. 
Viceversa, provare ad essere quello che io voglio essere, riempirmi di tutto ciò che amo, e non che necessariamente mi rappresenta, è per me la vera via al benessere, sto proprio meglio. Sì, d’accordo, i puristi antropofili storceranno il naso e sbatteranno in prima pagina quella solfa che tutto il mondo è un palcoscenico e noi siamo gli attori che lo calcano e tutte quelle metaforacce lì, ma per me non valgono niente. Io mi sono accorto di essere un burattino soltanto quando decido di non esserlo. Mi sono accorto di essere un burattino quando mi sforzo con tutte le forze di non esserlo. A chi e che cosa sto donando tutto quell’impegno? Sicuramente non a me e non alla vita, perché in giro c’è di meglio da fare. C’è da creare, c’è da sognare, c’è da correre, e tutti quegli altri concetti demagogici a dirli ma geniali a farli.
Devo proprio trovare una scusa per provare ad essere chi mi piacerebbe essere.
Quello sì che richiede vero impegno. Come dicevo sopra, nasciamo che siamo carta bianca e quel “nostro vero io” che andiamo tanto cercando e rincorriamo non è altro che una chimera, un’utopia, un qualcosa di brutto e insignificante. Quello che siamo veramente è istinto animale, e l’istinto animale non è unico, non è straordinario, non è prezioso, perché l’istinto animale ce l’hanno tutti, compresi i cani, e quelli hanno bisogno di uno che raccolga le loro cagate dal marciapiede.
Ho deciso di responsabilizzarmi. Tanti si responsabilizzano a livello politico, sociale, economico, familiare, civico. Altri non lo fanno in nessuno di questi campi. Io ho deciso di proclamarmi diretto responsabile anche e soprattutto di quello che mi accadrà, di quello che riuscirò a costruire, sia esso tangibile o no. Io sono il diretto responsabile della mia persona.
Non sarò mai fino in fondo quello che sono, perché voglio mettermi lì a provare di essere migliore. 
Voglio costruirmi migliore. Mi prendo, mi destabilizzo, faccio regnare il caos, mi perdo.
Ho visto posti incredibili imboccando strade a caso, incontrato gente fantastica entrando in appartamenti sconosciuti. A casa mia invece quando entro ci sto sempre io, e non è che sia questa grande gioia. La strada che faccio da casa a lavoro, poi, soltanto quando c’è la neve mi lascia un po’ sorpreso.
Non sarò me stesso, sarò uno che proverà ad essere quello che gli piace essere.
Non ho attenuanti, perché se non ci provassi nemmeno ci sarebbe il rischio di diventare una persona di merda, una di quelle che mettono le corna e poi vanno dalla moglie fedele a piangere, chiedendole di essere meno straordinaria.
“Cara, ti prego, perché devi essere tanto fantastica?” – potrei dire.
E lei potrebbe rispondermi a buon diritto che deve essere tanto fantastica per bilanciare il fatto che io sia invece una merda colossale.
Una sorta di feng-shui, insomma. Equilibri geopolitici.
Mi piacerebbe essere dalla parte giusta, in questi equilibri.

martedì 5 marzo 2013

Aspetta e nel frattempo vaga



Il lavoro che faccio mi porta ad incontrare ogni genere di pazzi. Ne vengono di tutti i tipi. Ti guardano in faccia e non rispondono al tuo saluto; aprono le confezioni di qualunque cosa e rubano di tutto davanti alle telecamere (specie rubano i profilattici ritardanti); prendono e ti parlano del satanismo imperversante e delle maniere in cui loro stessi lo combattono; ci sono quelli completamente ignoranti ed arroganti, che non rispettano la fila e si fanno fare la spesa; alcuni minacciano costantemente di andare da un’altra parte perché i prezzi sono aumentati; qualcuno si incazza perché gli saluti la ragazza. Certi abbaiano come se fossero ai giardini. Certi arrivano nel momento in cui stai chiudendo. Certi altri sguinzagliano bambini-scimmia per tutta la sala. In questi casi chiudo gli occhi e con la mente divento zen.
Ma ecco che delle volte però arrivano anche i pazzi positivissimi, come quello di oggi.
Sono dell’idea che come esempi di vita abbiamo bisogno di gente esagerata, fuori dagli schemi, assurda. Io non la vedo in un’altra maniera, perché a questa gente esagerata, che magari anche spara cazzate a catena, possiamo apporre la nostra capacità critica, e carpire quindi soltanto questo e quell’altro punto del loro essere, e lasciare da parte tutto il resto. Però cavolo è la loro convinzione e la loro forza e il loro entusiasmo a permetterci di considerare le cose in un’altra maniera, mica possiamo correre dietro all’ordinarietà dei bravi oratori: quelli la pensano come noi, ma noi dobbiamo andare per altri lidi, rinvestiamo sull’esotico e pariamo i lupi, non le pecore.
Questo qua di cui avevo cominciato a dirvi è oltre, sta da un’altra parte e non nel mio paese. Naturalmente ci sta fisicamente, ma la sua visionarietà, che non ha magari proprio del genio ma di sicuro molto dell’umano con la mente spalancata, lo porta a riversare dalla sua testa alla sua bocca e quindi all’aria discorsi di un delirio cosmico incantevoli. Non ha radici, non ha freni, non ha cortesie. E difatti si parlava proprio di cortesie, oggi, di quelle finte eppure sciorinate a palate, si diceva, perché le persone non parlano né con lo stomaco né col cuore.
Questo dice di essere stato a vivere in tutto il mondo ed io devo dire la verità non faccio fatica a credergli, perché per quanto ambigua e alcune volte persino inquietante, la mimica del suo viso, e di certo anche quello che dice e come lo dice, denota una certa capacità navigativa in acque non casalinghe. Cioè, secondo me ha avuto a che fare con contadini diversi dai nostri.
Aldilà di questo, mi diceva di come la gente si spaventi quando viene salutata così come deve essere salutata, e cioè appunto col cuore e con lo stomaco, e non con la cortesia. Mi diceva che la gente rimane di sasso e questo è vero. Di mio lo seguivo dicendogli che quando in una strada isolata incrocio qualcuno e gli dico salve invece di far finta di niente e guardare per terra, quello ci rimane di sasso per davvero.
“Questi salutano dicendoti buongiorno signore” – proseguiva – “ma quale signore, chi è il signore? Io ho lavorato per tutta Europa e c’era gente a cui si diceva signore, gente miliardaria, che invece era piena di complessi, alta un metro, e per quanto potesse rivestire tutta una nazione con l’oro, non comprendeva signori proprio per niente, era gente da poco. E allora io che signore sono? Ma salutami con un ciao, salutami come ti pare, ma non darmi del signore, che non vale niente”.
Abbiamo tutti le nostre perplessità su tutto, quindi perché, perplessità per perplessità, non affidarci a persone come questa? Nel senso, perché non dedicare al loro entusiasmo visionario più tempo di quello che dedichiamo ad un qualsiasi cliente che si lamenta dei prezzi?
Questo oggi diceva:
“Io sto qua, a lavorare, un lavoro che non mi piace ma che mi fa campare, e sto lì buono. Ma c’ho la libertà di prendere e andare via quando mi pare, non c’ho problemi, non c’ho debiti, qui pago, là pago, non c’ho freni. Domani se non ce la faccio più prendo e parto, saluto le persone che conosco, vengo qua e ti dico Ale ci siamo fatti ogni tanto quelle brevi chiacchierate, adesso ti saluto, è stato un piacere, ciao e poi parto, non c’ho problemi”.
Che cara bella coperta di Linus sono queste persone.
Esagerate e per niente reali.

mercoledì 27 febbraio 2013

Il deserto dei nostri fantasmi

Ho visto una caterva di persone che valgono più dell'oro rovinate dai buoni consigli che venivano loro inferti.

Ci sono stati, e di sicuro non solo davanti a me o intorno a me, milioni di progetti grandiosi che sono stati insabbiati da nient'altro che parole.
Milioni di persone nella storia rovinate da certe frasi buttate là con noncuranza, che invece sono arrivate a destinazione come macigni di criptonite per tanti Superman e tante Wonderwoman che avrebbero magari anche potuto cambiare in positivo piccole o grandi fette di storia.
Io noto che la gente soffre l'entusiasmo. Lo spegne in tutta fretta, come fosse un incendio appiccato da un piromane in mezzo alla città. Di questi pompieri improvvisati ne vedo a palate, e ne sento parlare di continuo.
Ma che ne so perché succede, magari nessuno sa più cosa voglia dire entusiasmarsi, infuocarsi per qualcosa, e allora prova invidia, ma questa è retorica e lasciamola cadere qua.
I fatti raccontano che l'eccitazione non pare gradita, se non quando scopiamo, gente.
Oppure sappiamo sì crogiolarci in eccitazioni di maniera, eccitazioni di gruppo, conferenze, partiti, patrie, discoteche, squadre, squadriglie, ronde, deviazioni, perversioni, feste a comando.

Il resto, è sempre troppo dispendioso. Non vale la pena. E' troppo impegnativo. E' utopico. E' stupido. E' assurdo. E' sbagliato. Non va bene. Il gioco non vale la candela.
La mia verità è che il gioco, se gioco è, vale invece sempre la candela.
Se uno non rischia mai, non fa mai il passo più lungo della gamba, come può pretendere di arrivare in territori inesplorati, dei quali magari nemmeno immagina l'esistenza?
Che ci vuole a saltare? Quant'è divertente?
Saltate, dio santo!
Correte dietro all'estetica delle cose, non al loro prezzo.
Non fate mai i conti.
Non chiedetevi mai quanto sia costato.
Non chiedetelo mai.

giovedì 21 febbraio 2013

Supercalifragilistichespiralidoso

La prospettiva più luminosa e pura per la direzione che uno deve prendere è che prenda una via che non segua altro che l'estetica, il bello. Si discuteva in questi giorni a più riprese e con varie persone (si vede che a febbraio nell'aria c'è una bella dose di scazzo e saccenza) di questa cosa qua.
Praticamente chi in qualche modo lascia o si vede costretto a far entrare nella sua vita una qualche forma di impoverimento allora è spacciato.



Per quanto possa adorare stilare liste e buttare giù elenchi, non mi metto qui a puntualizzare sul fatto che esistano innumerevoli tipologie di ricchezza come di povertà, e assolutamente non ho per la testa di scriverle e fare un bel discorsone pomposo su quanto sia più importante questa o quell'altra povertà o ricchezza, tipo che i ricchi sono tristi e che i poveri sono più umani. Lasciamo stare, non mettiamoci a fare pietà.
La cosa secondo me veramente tragica è appunto che la povertà, di qualsiasi forma, genera altra povertà.
Per questo siamo costantemente lì a dire che piove sempre sul bagnato.
Per esempio, una famiglia povera molto spesso non può permettersi altro che di badare e concentrarsi sulla propria sopravvivenza, ed è costretta a lasciare indietro tutta una serie di spunti, stimoli e aiuti che invece le sarebbero fondamentali per risollevarsi. Perché il bello, l'arte, la creatività, l'ispirazione ci possono tirare fuori dai guai.
Sono del tutto sicuro che Calimero sia la metafora più azzeccata per questo discorso qua: non siamo neri, siamo solo sporchi.
Sporchi di povertà. In qualsiasi campo.


Una famiglia che sia costretta a campare, in quattro, con mille e cento euro al mese, per parlare in maniera pratica, non avrà apparentemente mai tempo né denaro per dedicarsi a certi sport entusiasmanti che invece sarebbero quelli che la potrebbero aiutare di più a vivacizzarsi la mente, scacciare il torpore e prendere in mano la vita così come va presa. 
Nei limiti, perché poi uno la vita non riesce mai a prenderla in mano fino in fondo. 
Non si ha tempo e denaro per viaggiare, non si ha voglia e denaro per scoprire, non si ha curiosità e denaro per mettersi dentro a un museo, ad un bosco, ad una città, ad un disco e lasciarsi andare e assorbire da tutto, ed uscire dal mondo per lunghi istanti e magari ore, senza pensare al portafoglio vuoto, all'assicurazione dell'auto, ai saldi che cominceranno di lì a poco. So che è difficile, ma la medicina è altrove, non sul divano.
Un portafoglio ce l'hanno dato, un'assicurazione ce l'hanno imposta, i saldi ci attraggono: non siamo veramente noi, non è roba nostra. E' tutta roba di qualcun altro, e noi dobbiamo pure uscirne, di tanto in tanto, cioè poterci non pensare.
Molto spesso un povero ha un'audi, e questo è raccapricciante.
E' incredibile che una persona povera non possa avere un'occasione di riscatto: ci danno continuamente delle distrazioni, dei palliativi, delle pillole placebo. E' incredibile che uno la domenica, semplicemente perché non ha soldi, sia costretto a non fare troppi chilometri con l'auto perché la benzina costa, e allora prende la famiglia e va cinque ore dentro un centro commerciale e se ne esce intontito con cinque euro di spesa e poi ritorna a casa perché non può mangiare fuori e mangia più o meno sempre quello e prende il telecomando e guarda la televisione a pacca', come se non ci fosse un domani, e ascolta parole leggere come il niente, e guarda balletti, guarda sorrisi a clown, denti bianchi, tette rifatte, abbronzature improbabili, spot senza arte, comici che ridono dei politici (e ora basta riderci bisogna incazzarsi o almeno dialogare: noi li trasformiamo in personaggi e loro sono i pr del nostro declino), e respirano aria fritta, e assumono onde cerebrali malate, disconoscono un'alternativa.
Così da non pensare, così da aspettare, e basta.
Nascono persone incolte, disilluse, che vanno a rifugiarsi in castelli di cartapesta dorata.
Invece di miniere di vero oro il mondo è pieno. Lì ci si arricchisce sul serio.
Si può iniziare a riconoscere delle alternative.
Ci si può organizzare, anche piano piano, per un'esistenza migliore.
Uno che è povero ha la vita difficile: per il suo riscatto chiedono una cifra esorbitante, e a lui prende la sindrome di Stoccolma, e si innamora dei suoi rapitori. Si innamora di una TV, di un centro commerciale, di un libro di giorgio faletti, di una tribuna politica.


Per contro, inseguendo il bello si può anche sperperare ogni cosa, tutto il denaro, e la propria salute.
Francis Scott Fitzgerald passò metà della vita a non rinunciare a niente di ciò che gli piacesse e morì mezzo in disgrazia e alcolizzato. Ma quella è un'altra storia, e di sicuro è una morte migliore.
Mai morire. O mai morire tra gli scaffali di un centro commerciale.








lunedì 18 febbraio 2013

Selected errors made great people e altre opzioni di movimento

Travelogue
Selected errors made great people

Move

Uno strappo nella realtà e dall'altra parte c'è comunque una macchina

Nessuno dovrebbe

It's always morning in Morningtown
Idee di movimento nello spazio
Idee di movimento e fuochi e basta
Through a window, through a screen