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martedì 16 aprile 2013

Rise a wall(paper) for all your dirty secrets

Check it up, check it up, check it up, check it up, check it up. You should had checked it up, girl...

Oh, if you only know what there is inside my head...

Lunar dreaming express

This is your power to see things differently

Trophy

mercoledì 20 marzo 2013

Devo proprio trovare una scusa per provare ad essere chi mi piacerebbe essere



Non ho per niente voglia di fare grossi discorsoni sull’identità umana: l’uomo non è altro che carta bianca, non ha specifiche, è tutto da costruire. Di per sé, senza impegno, l’essere umano secondo me non vale proprio niente. Ripeto dunque qua la mia convinzione (che va in contrasto con quello che di solito si sente dire in giro): sono certo che non devo essere me stesso a tutti i costi, e aggiungo pure che io non ho avuto mai voglia di partire alla mia ricerca, proprio per niente. Non ho mai capito coscientemente, ma di sicuro ho sentito che per me quella roba, quel tanto essere sé stessi, era una grande bufala, sicuramente un punto a favore dell’ignoranza e a sfavore dell’evoluzione personale.
Potrei infatti anche adagiarmi su quel tipo di concetto , stare lì a ripetermi che vivrei in armonia soltanto se arriverò un giorno a conoscermi fino in fondo e ad essere me stesso (che espressione idiota), ma non ce la faccio proprio, perché sono convinto esattamente del contrario. E’ facile dirsi che comunque vada ognuno di noi vale, è unico, è straordinario. Invece questo non è vero per niente. Tante volte, in certi casi, se fossi me stesso, sarei proprio uno schifoso verme, e conosco una marea di persone che lo sarebbero, o addirittura lo sono, alla stessa maniera. 
Essere sé stessi è spesso solo una giustificazione, questo è quello che intendo. 
Viceversa, provare ad essere quello che io voglio essere, riempirmi di tutto ciò che amo, e non che necessariamente mi rappresenta, è per me la vera via al benessere, sto proprio meglio. Sì, d’accordo, i puristi antropofili storceranno il naso e sbatteranno in prima pagina quella solfa che tutto il mondo è un palcoscenico e noi siamo gli attori che lo calcano e tutte quelle metaforacce lì, ma per me non valgono niente. Io mi sono accorto di essere un burattino soltanto quando decido di non esserlo. Mi sono accorto di essere un burattino quando mi sforzo con tutte le forze di non esserlo. A chi e che cosa sto donando tutto quell’impegno? Sicuramente non a me e non alla vita, perché in giro c’è di meglio da fare. C’è da creare, c’è da sognare, c’è da correre, e tutti quegli altri concetti demagogici a dirli ma geniali a farli.
Devo proprio trovare una scusa per provare ad essere chi mi piacerebbe essere.
Quello sì che richiede vero impegno. Come dicevo sopra, nasciamo che siamo carta bianca e quel “nostro vero io” che andiamo tanto cercando e rincorriamo non è altro che una chimera, un’utopia, un qualcosa di brutto e insignificante. Quello che siamo veramente è istinto animale, e l’istinto animale non è unico, non è straordinario, non è prezioso, perché l’istinto animale ce l’hanno tutti, compresi i cani, e quelli hanno bisogno di uno che raccolga le loro cagate dal marciapiede.
Ho deciso di responsabilizzarmi. Tanti si responsabilizzano a livello politico, sociale, economico, familiare, civico. Altri non lo fanno in nessuno di questi campi. Io ho deciso di proclamarmi diretto responsabile anche e soprattutto di quello che mi accadrà, di quello che riuscirò a costruire, sia esso tangibile o no. Io sono il diretto responsabile della mia persona.
Non sarò mai fino in fondo quello che sono, perché voglio mettermi lì a provare di essere migliore. 
Voglio costruirmi migliore. Mi prendo, mi destabilizzo, faccio regnare il caos, mi perdo.
Ho visto posti incredibili imboccando strade a caso, incontrato gente fantastica entrando in appartamenti sconosciuti. A casa mia invece quando entro ci sto sempre io, e non è che sia questa grande gioia. La strada che faccio da casa a lavoro, poi, soltanto quando c’è la neve mi lascia un po’ sorpreso.
Non sarò me stesso, sarò uno che proverà ad essere quello che gli piace essere.
Non ho attenuanti, perché se non ci provassi nemmeno ci sarebbe il rischio di diventare una persona di merda, una di quelle che mettono le corna e poi vanno dalla moglie fedele a piangere, chiedendole di essere meno straordinaria.
“Cara, ti prego, perché devi essere tanto fantastica?” – potrei dire.
E lei potrebbe rispondermi a buon diritto che deve essere tanto fantastica per bilanciare il fatto che io sia invece una merda colossale.
Una sorta di feng-shui, insomma. Equilibri geopolitici.
Mi piacerebbe essere dalla parte giusta, in questi equilibri.

martedì 5 marzo 2013

Aspetta e nel frattempo vaga



Il lavoro che faccio mi porta ad incontrare ogni genere di pazzi. Ne vengono di tutti i tipi. Ti guardano in faccia e non rispondono al tuo saluto; aprono le confezioni di qualunque cosa e rubano di tutto davanti alle telecamere (specie rubano i profilattici ritardanti); prendono e ti parlano del satanismo imperversante e delle maniere in cui loro stessi lo combattono; ci sono quelli completamente ignoranti ed arroganti, che non rispettano la fila e si fanno fare la spesa; alcuni minacciano costantemente di andare da un’altra parte perché i prezzi sono aumentati; qualcuno si incazza perché gli saluti la ragazza. Certi abbaiano come se fossero ai giardini. Certi arrivano nel momento in cui stai chiudendo. Certi altri sguinzagliano bambini-scimmia per tutta la sala. In questi casi chiudo gli occhi e con la mente divento zen.
Ma ecco che delle volte però arrivano anche i pazzi positivissimi, come quello di oggi.
Sono dell’idea che come esempi di vita abbiamo bisogno di gente esagerata, fuori dagli schemi, assurda. Io non la vedo in un’altra maniera, perché a questa gente esagerata, che magari anche spara cazzate a catena, possiamo apporre la nostra capacità critica, e carpire quindi soltanto questo e quell’altro punto del loro essere, e lasciare da parte tutto il resto. Però cavolo è la loro convinzione e la loro forza e il loro entusiasmo a permetterci di considerare le cose in un’altra maniera, mica possiamo correre dietro all’ordinarietà dei bravi oratori: quelli la pensano come noi, ma noi dobbiamo andare per altri lidi, rinvestiamo sull’esotico e pariamo i lupi, non le pecore.
Questo qua di cui avevo cominciato a dirvi è oltre, sta da un’altra parte e non nel mio paese. Naturalmente ci sta fisicamente, ma la sua visionarietà, che non ha magari proprio del genio ma di sicuro molto dell’umano con la mente spalancata, lo porta a riversare dalla sua testa alla sua bocca e quindi all’aria discorsi di un delirio cosmico incantevoli. Non ha radici, non ha freni, non ha cortesie. E difatti si parlava proprio di cortesie, oggi, di quelle finte eppure sciorinate a palate, si diceva, perché le persone non parlano né con lo stomaco né col cuore.
Questo dice di essere stato a vivere in tutto il mondo ed io devo dire la verità non faccio fatica a credergli, perché per quanto ambigua e alcune volte persino inquietante, la mimica del suo viso, e di certo anche quello che dice e come lo dice, denota una certa capacità navigativa in acque non casalinghe. Cioè, secondo me ha avuto a che fare con contadini diversi dai nostri.
Aldilà di questo, mi diceva di come la gente si spaventi quando viene salutata così come deve essere salutata, e cioè appunto col cuore e con lo stomaco, e non con la cortesia. Mi diceva che la gente rimane di sasso e questo è vero. Di mio lo seguivo dicendogli che quando in una strada isolata incrocio qualcuno e gli dico salve invece di far finta di niente e guardare per terra, quello ci rimane di sasso per davvero.
“Questi salutano dicendoti buongiorno signore” – proseguiva – “ma quale signore, chi è il signore? Io ho lavorato per tutta Europa e c’era gente a cui si diceva signore, gente miliardaria, che invece era piena di complessi, alta un metro, e per quanto potesse rivestire tutta una nazione con l’oro, non comprendeva signori proprio per niente, era gente da poco. E allora io che signore sono? Ma salutami con un ciao, salutami come ti pare, ma non darmi del signore, che non vale niente”.
Abbiamo tutti le nostre perplessità su tutto, quindi perché, perplessità per perplessità, non affidarci a persone come questa? Nel senso, perché non dedicare al loro entusiasmo visionario più tempo di quello che dedichiamo ad un qualsiasi cliente che si lamenta dei prezzi?
Questo oggi diceva:
“Io sto qua, a lavorare, un lavoro che non mi piace ma che mi fa campare, e sto lì buono. Ma c’ho la libertà di prendere e andare via quando mi pare, non c’ho problemi, non c’ho debiti, qui pago, là pago, non c’ho freni. Domani se non ce la faccio più prendo e parto, saluto le persone che conosco, vengo qua e ti dico Ale ci siamo fatti ogni tanto quelle brevi chiacchierate, adesso ti saluto, è stato un piacere, ciao e poi parto, non c’ho problemi”.
Che cara bella coperta di Linus sono queste persone.
Esagerate e per niente reali.

mercoledì 20 febbraio 2013

Domenica mattina, casa, famiglia, anni andati

Ora non ho più la TV in casa ed è fantastico non sapere chi sia l'ultimo ragazzo di Melissa Satta e chi ha segnato in Chievo - Genoa.
Innegabile però, in questa domenica mattina mi viene pensato, che con la TV ci siamo cresciuti. Magari raramente ci ha fatto crescere come persone, voglio dire, ma ha accompagnato i pomeriggi a casa dei nonni, le cene di Natale quando ancora prendevo giocattoli come regali, i miei panini alla Nutella.
Ho pensato a queste facce qui sotto e per quanto in realtà non so bene chi siano gli uomini che ci stanno dietro, questi presentatori presi come figure in 2d dentro lo schermo, e le loro voci entusiaste (anche quando presentavano la mortadella) mi hanno in un certo senso sempre coccolato, e rimandato a momenti lontani e scomparsi per sempre, vuoi per il movimento di persone, vuoi per il movimento di luoghi, vuoi per il movimento di sentimenti. 
La maggiorparte delle volte non penso a loro o mi capita di pensarci in maniera indifferente.
Altre volte penso a loro, e penso alla tovaglia di mia nonna; al profumo del suo ragù; al tragitto che facevo a piedi da scuola a casa, dove mi aspettava la merenda; all'attesa della sera quando la mia famiglia si sarebbe riunita a cena; alla voce di mio nonno lontana nel tempo; a vecchie canzoni, vecchi sorrisi.
Mi rimandano a vecchi focolari.
In certi giorni, viva tutti loro.